Maestà nell’ Appennino.

Il nome “Maestà”, che nelle nostre zone indica un manufatto marmoreo votivo di piccole dimensioni, posto sulle mura delle case dei villaggi montani, sulle vie di comunicazione o in luoghi  cardine ove la protezione Sacra risultasse importante, rimanda alle antiche origini del fenomeno. Il rimando al tema iconografico della Maiestas Domini è chiaro.

Maiestas Domini in un manoscritto tedesco del XIII Sec.

Questa consiste nella raffigurazione frontale del Cristo seduto in trono e circondato dai quattro Evangelisti o da Santi minori, che ha i suoi primi esempi in epoca Bizantina e si afferma per popolarità in epoca Medioevale, quando anche la Madonna, nella sua rappresentazione, riceve un simile trattamento.

Non è un caso dunque che nei discussi anni della controriforma si cercasse di tornare a questo tipo di raffigurazioni: Cristo e la Madonna in trono, innalzati a figure di Sovrani quasi ad affermare un potere che la Chiesa temeva di perdere per effetto della Riforma.

Risalgono proprio a questo secolo, il XVII, le prime Maestà documentate che vanno a sostituire quelle immagini votive dipinte su supporti e innalzati lungo le strade delle quali oggi abbiamo pochissime tracce pervenute.

Tuttavia la tradizione di collocare lungo la via simulacri devozionali ha origini ben più antiche: infatti le Maestà sorgono a proteggere luoghi che per miti pagani andavano depurati da deità maligne e malevole che vi abbondavano in quanto lontani dalla sicurezza dei villaggi, o perché crocevia, luogo per superstizione ricco si spiriti, oppure ancora perché indispensabili alla sopravvivenza: abitazioni, campi, fonti.

Prima delle maestà, la protezione veniva affidata ad inquietanti facce pietra, talvolta sogghignanti e talvolta con la lingua fuori o con gli occhi spalancati che, posti su portali, in corrispondenza di incroci o finestre, spaventavano con queste smorfie gli spiriti malintenzionati.

Ma oltre che alla protezione sacra dei luoghi, queste icone venivano promosse dalla Chiesa per impartire “lezioni” di Catechismo ai fedeli, più o meno letterati, che si potevano affidare ai racconti delle immagini, in tempi e luoghi dove i libri erano rari e l’alfabetizzazione ancor di più, per alimentare la propria Fede.

La Controriforma si preoccupa di allontanare il minimo dubbio di non cristianità della montagna e promuove la diffusione di queste immagini regolate come detto negli scritti “Instructiones fabricae ecclesiasticaee “De Pictura Sacra dei Cardinali Carlo e Federico Borromeo dove istruiscono sulle edicole e i luoghi di apposizione (che devono essere sobri ma solenni, in posizione eminente e protetti dal deturpamento atmosferico) delle immagini e sui contenuti delle immagini stesse.

Queste formelle venivano scolpite nei territori apuani e, risalendo la Lunigiana arrivavano nel territorio parmense attraverso il valico del Cirone o il Passo del Lagastrello. I bassorilievi potevano giungere come prodotti finiti per un committente o come merce da vendere ad un compratore, il quale avrebbe potuto far inscrivere il suo nome o la preghiera devozionale da lui scelta. Perciò gli artigiani scultori preparavano, sulla base di stampe devozionali, Maestà con le raffigurazioni più richieste: nella nostra area è molto comune il culto di Sant’Antonio da Padova (protettore dei viaggiatori lungo questi sentieri) e quello mariano nelle sue più varie sfaccettature che persiste ancora oggi come culto devozionale favorito dalla comunità montana.

Le tipologie

I luoghi scelti per la posizione non sono casuali ma, come detto, in posizioni strategiche, si può quindi fare una distinzione tra le Maestà per la loro posizione e perciò per la destinazione del loro potere di sacra protezione:

Maestà delle abitazioni: poste sulle mura di recinzione o sui portali d’accesso delle case con intenzioni propiziatorie per l’incolumità e la prosperità della famiglia, del bestiame e del raccolto. Queste Maestà erano anche modo per le famiglie di dimostrare la propria cristianità, nonché il proprio stato sociale e agiatezza economica.

Il pellegrino che fosse passato da quei luoghi avrebbe dunque saputo qual’era la casa animata abitata da benessere e pietà cristiana.


Maestà delle fonti: posizionata in prossimità delle sorgive, delle fontane, dei pozzi degli abbeveratoi e di tutti gli altri luoghi ove il fedele potesse rendere grazie del dono prezioso dell’acqua sentita ancora nella sua concezione pagana di divinità portatrice di vita e di distruzione.

Potevano servire inoltre al fedele lavoratore che  giunto alla fonte per bere e lavarsi via la stanchezza di una dura giornata di lavoro, avrebbe avuto nel candido sguardo di marmo di un Santo o di una Madre di Dio, la rassicurazione che forze più alte stavano vegliando su di lui.


Maestà delle strade: disseminate lungo i punti strategici dell’antico tracciato viario sono ancora oggi testimonianza dell’importanza di strade magari cadute in disuso. Fungevano inoltre da punti di riferimento e non per casualità esse venivano erette in corrispondenza di crocevia dove un viandante non esperto dei luoghi si sarebbe potuto perdere.

Molto spesso legate ai campi ai margini dei quali sorgevano e quindi al ciclo delle stagioni e dei raccolti. Alle maestà delle strade sono legati riti di devozione di sentore pagano e profondamente radicati nelle consuetudini delle comunità rurali.


Qualsiasi fosse la Maestà in questione (delle case, delle fonti, delle strade) non è raro che, cercando nella storia di un gruppo di case o di un paesino montano, il nome dato al luogo derivi proprio dal Santo a cui era dedicata la Maestà del paese.

I Rapporti Iconografici tra bassorilievi marmorei e l’arte incisoria.

Le formelle marmoree sono spesso riconducibili a modelli forniti dall’ arte incisoria, la quale a sua volta prende spunti dall’arte cosiddetta ufficiale, ovvero l’arte pittorica che teneva occupati gli artisti più rinomati.

In questa graduale traduzione, dai dipinti al bassorilievo, passando dall’incisione, la rappresentazione si spoglia di ogni superfetazione ed eliminando ogni volontà di narrazione accentuando al contempo gli elementi iconografici di riconoscimento.

A seguito del Concilio di Trento si ha una cospicua diffusione di immagini votive che testimoniano anche la nascita di nuovi filoni di devozione riguardanti culti mariani, leggende sugli ordini monastici e sulle vite dei Santi.

Della produzione incisoria dell’epoca abbiamo poche testimonianze, data la deteriorabilità dei supporti, ma sappiamo che era largamente diffusa. Risulta però difficile risalire con certezza ai modelli utilizzati all’interno delle botteghe di scalpellini non essendoci pervenuti i cataloghi da essi utilizzati.

Sappiamo tuttavia dell’esistenza di questi manuali da cui attingevano gli esecutori delle cosiddette “arti minori” (scalpellini, vasai, ricamatori) e, ad onor del vero, un’occhio attento può riconoscere il debito a Raffaello o a Tiziano di alcune delle Madonne rappresentate nelle Maestà cinque-seicentesche.

Questi manuali erano veri e propri “vocabolari iconografici” dove ogni singolo Santo era rappresentato frontalmente rispetto all’osservatore e con in evidenza il simbolo per la sua identificazione (spesso l’oggetto del martirio o altri elementi legati alla propria vita e predicazione).

Lo scultore riprendeva una o più di tali immagini e le riproduceva identiche creando una sorta di collage a seconda della volontà del committente, se esso ordinava la formella direttamente alla bottega.

Altre volte invece, alcune figure erano lasciate appena abbozzate sia nei tratti somatici che nei simboli distintivi, così venivano caricate a dorso d’asino e trasportati oltre il crinale dalla lunigiana fino al nostro territorio dove l’acquirente avrebbe potuto scegliere il Santo da far rappresentare.

Nonostante la presenza di questi modelli, è difficile trovare due Maestà uguali, testimonianza della molteplicità delle botteghe di provenienza ma anche di modelli da cui attingere che presentano differenze, anche minime, tra i soggetti.

La datazione di questi manufatti viene resa particolarmente difficile, qualora la formella non presenti una data incisa, in quanto appunto non ci si può servire della cifra stilistica poiché i modelli possono essere mantenuti nel tempo.

Sono tuttavia identificabili delle tipologie ricorrenti o devozioni collocabili in un certo arco temporale. Tra le rappresentazioni più comuni vi è quella della Vergine o di un Santo in piedi al centro della formella o quella della Vergine seduta col Bambino in piedi sulle sue ginocchia spesso affiancata da un Santo in venerazione.

Non rara è anche la riproposizione  di un’immagine operatrice di miracoli, oggetto di devozione in quanto tale. Queste immagini testimoniano il filone devozionale proprio del luogo di provenienza della formella oppure del committente.